martedì 18 settembre 2012


Incontro nel bosco

Adoro il bosco, adoro tutto ciò che è natura, solitudine, silenzio, alberi, muschio, ombra... Adoro camminare nelle foglie ed ascoltare il rumore dei miei passi...
Il paese è già alle mie spalle, sono gli ultimi scampoli di un'estate calda, c'è tiepido, anche se è l'alba ed il tutto è ancora avvolto dalla foschia mattutina. Cammino. Il sentiero è ben pulito, posso forzare il passo, mi piacerebbe vedere se riesco ancora ad arrivare alla Bocca della Selva in diciotto minuti. Qualche anno fa feci questa prova. Essendo che sulla segnaletica da noi posata abbiamo stimato, in passeggiata, una trentina di minuti (partendo dalla Cima di Vicosoprano), ho voluto misurarne il tempo procedendo senza divagazioni e "di fretta"... ebbene, diciotto minuti di fatica e soddisfazione...
Fiatone, non indugio a guardarmi intorno o a stringere questo maledetto scarpone allentatosi... fiatone ma sto bene, le gambe stanno ancora meglio... Bivio per Pescin, otto minuti al cronometro...  "Bocca della Selva 20 min" dice il cartello, ce ne devo mettere dieci per starci, proseguo.
Fine del sentiero delle Ciappelle, mi resta un patrimonio di cinque minuti, via quasi di corsa tenendo la macchia fotografica  e la felpa ancorate ad un braccio... Arrivo alla Bocca, vedo verde, respiro come se stessi affogando... guardo il cronometro: 16:40!!!! Sorrido, sempre "sbanfando", mi accovaccio, guardo la terra bruna... "come il vino... invecchio e miglioro! sorrido di nuovo alle nuvole e alla Valle ancora addormentata...
Mi riassetto, ora inizia la passeggiata  tranquilla e perchè no, se dovessi trovare qualche fungo...
Cammino sulla carrabile, sono quasi alle "Due Strade", mi butto nel bosco verso la vetta dell'Oramara.
Cammino, il bastone mi aiuta, il bosco è abbastanza ripido e scivoloso e lì davanti un  pianoro per un attimo di riposo. Le foglie mosse dai miei passi mandano un bel profumo di umido, vagamente fungino ed eccomi sul piano... passi nel bosco, mi sporgo verso il basso... Oddio!... mi irrigidisco, non mi ha sentito, sono sottovento. Un cinghiale di un'ottantina di chili mi guarda immobile... guardo lui e con un movimento impercettibile porto davanti la Reflex e giro su ON, quasi stessi caricando un Beretta 70/90 d'assalto. Mi sembra di essere Rigoni-Stern ne "Il Sergente nella neve", quando, entrando in un'isba nella steppa russa si trova davanti mezza dozzina di soldati nemici... tutti muti e immobili... Scatto una salva di foto, non sono convinto del risultato e il bestio è ancora lì davanti... Mi immagino un corpo a corpo cruentissimo, mi immagino il trofeo di caccia sulle mie spalle insanguinate  e la gente di Vicosoprano che mi porta in trionfo... Chissà perchè poi, sono quasi anti-caccia! Rinvengo dal sogno, il cinghiale è sparito, silenzioso e volatile,  in barba alla sua mole e ai suoi modi non proprio leggiadri, lasciandomi sbigottito...  Però! e  sorrido all'incontro, ricordandomi anche di aver avuto una  paura folle.
Proseguo nel bosco, scendo per incontrare la strada consortile e ritornare in paese, ripenso al quadrupede e alla grama vita che lo aspetta, fra cacciatori, fughe frenetiche con i cani che lo incalzano, freddo, neve e magari piccoli cui portare cibo e protezione...
La mattina volge al termine, ho ancora il tempo di fotografare un grosso rospo mimetizzato fra le foglie dei faggi e di cogliere un bel porcinetto sodo come un sasso...
Cammino per il sentiero calcato qualche ora prima, l'auto mi aspetta, si stanno svegliando le attività nella valle... un clacson lontano... punto il 300mm: ad Ascona fuma qualche comignolo... Buongiorno Mondo!
Lele

domenica 16 settembre 2012

Vicosoprano, un giorno di primavera

Vico...
(Scritto da Lorenza che ospito molto volentieri su questo mio spazio)

Non ricordo la prima volta che misi piede a Vico...
Ho in mente solo il viaggio, lunghissimo, mi sembrava interminabile e per di più, con varie soste perchè io o qualcun'altro dovevamo sendere dall'auto per vomitare.
Una delle tipiche fermate avveniva sullo spiazzo in cima al monte, la Forcella... dopo innumerevoli curve, arrivava quella con la casetta con la Madonnina e capivo di essere troppo in là per tornare indietro. Non mi lamentavo, dentro di me maledivo il posto in cui stavamo andando, mi domandavo perchè mi portassero via dal "mio mare". D'estate si sta al mare, non si va in montagna... ignoravo che su quei monti avrei trovato il "mio" Vico...
E poi il flash del cartello, non sapevo ancora leggere, ma quelle lettere messe così, a formare quel nome strano, mi sono rimaste subito impresse nella mente.
Probabilmente le mie prime estati passate a Vico sono vuote di avvenimenti o aneddoti perchè, così piccola, passeggiavo sempre con un adulto o mi tenevano in casa... ora capisco!
Mi volevano proteggere, forse non volevano che mi affezionassi troppo a quel luogo, forse i miei genitori, gli agosti successivi avrebbero voluto trascorrere le loro ferie da un'altra parte (come quando mi hanno portata a Livigno invece di stare a Vico... vuoi mettere? Imparagonabile) e ci sarei stata troppo male.
Fatto stà che se porti un bimbo a Vico un estate... ci vorrà sempre ritornare!
All'inizio ci volevo tronare per le amichette. Le avrei trovate ad aspettarmi in piazza, altrimenti, buttata la valigia sul letto, sarei corsa a chiamarle a casa, non usando il campanello, bensì gridando il loro nome dalla strada... Com'era liberatorio ed elettrizzante ogni volta!
Quelli sono stati gli anni in cui giocavo davanti a casa, a Pravilla, e nelle viette del paese. Avevo paura delle galline di Giose e della Giromina che le faceva sempre svolazzare con il bastone; adoravo guardare mungere le mucche e sentire il profumo del latte ancora caldo. Potevamo stare tutto il pomeriggio su una scalinata di pietra; con qualsiasi cosa cosa, riuscivamo a fantasticare. Sono state le estati più gioiose e mi rattristava tornare a casa...
Da adolescente ci volevo tornare per la libertà che solo li avevo e per gli "amori".
Spesso ci arrivavo in corriera, forse credo di aver preso  una delle ultime che da Rezzo ti portava a Vico e che ti lasciava nelle narici il profumo del pane destinato al negozio. In Campolungo sentivo il cuore battere più forte e scommettevo con me stessa su quale persona avrei incontrato per prima.
I ricordi più intensi fanno parte di questo periodo; "scappavo" dalla città per qualsiasi festività, appena c'erano vacanze scolastiche pensavo all' organizzazione per salire a Vico o a come chiederlo ai miei...
L'unico giorno segnato in rosso sul calendario che stavo a casa con loro era Natale... Capodanno, Befana, Pasqua, ai santi... dopo pianti snervanti alla fine mi lasciavano sempre partire.
Ho visto Vico in tutte le stagioni ma ero troppo giovane per soffermarmi ad ammirare i colori; c'era sempre qualcosa da fare, battaglie a palle di neve, a piedi in Pescin per un torneo o una "ciappata" in Pian Sejun...
poi sono venuti gli anni delle prime cotte... Dai! Non ditemi che andavate alla "Cappe " di notte solo per guardare le stelle, mangiucchiare shifezze e spegnere il lampione...
Sapevamo di vederci poche volte l'anno; vivevamo tutto più intensamente, con l'istinto e la follia della nostra età; ci si credeva, forse troppo ma è grazie a quel troppo che siamo rimasti così legati...
Magari non ci si sentiva per mesi ma dopo le prime frasi tipiche: "Come stai? - Quanto ti fermi?" erano gli occhi e i sorrisi a parlare. Il silenzio dell' inverno svaniva e sembrava non ci fossimo mai salutati a settembre dell'anno prima.
Terminata la scuola sarei stata più libera, avrei avuto meno problemi e costrizioni per tornare in quel paese magico, ma qualcosa stava cambiando. Crescendo si prendono strade diverse e ogni anno che passava incontravo sempre meno amici. Colpa del lavoro, dei fidanzati gelosi e della voglia di scoprire posti nuovi... In tanti hanno smesso di tornare a Vico ed io, troppe volte, ho desiderato di tornare bambina.
Oggi? Vico? Credo sia la mia salvezza! Un rifugio un posto lontano dove i cinque sensi si riattivano, dove l'anima smette di fare a pugni con il cuore e si riposa sdraiata su fili d'erba. Mi piace immaginarlo dentro ad una sfera di vetro, quelle che scuoti e si muove la neve, con una porta segreta che pochi conoscono, per entrarvi.
Ora a Vico ci ritorno per me stessa, per il paese, per non lasciarlo solo. Da "grande" le visuali cambiano, le priorità diventano altre... forse un po' egoisticamente non ho mai messo Vico dietro a qualcosa o a qualcuno...
Adesso il cuore inizia a sussultarmi già al bivio, sul ponte dell'Aveto e da lì in poi, il piede preme di più sull'acceleratore... Riesco a vedere i suoi colori... Sorrido passando la curva dove prima c'era il cartello e qualcuno anni fa vi si attaccava e faceva "il vento"... Non impazzirò più per trovare parcheggio, in piazza c'è sempre posto.
Arrivo che il paese sembra deserto, un silenzio surreale mi accompagna verso casa, ho il fiatone ma non per la stanchezza... Senza rendermene conto i miei passi diventano qusi saltelli, coe per schivare qualcosa, è un'abitudine, lo faccio sempre quando passo davanto alla stalla... da ragazzina saltellavo per evitare le cacche delle galline.
Varcata la soglia mi sento più giovane, libera, leggera. Ho voglia di ascoltare, chiacchierare, domandare, sedermi sulla panchetta della cucina con il tepore della stufa e ridacchiare con chi vedo solo li... So esattamente quale quadretto o fotografia troverò sulle pareti, dove sono attaccate le forbici e di che colore è la fodera del cuscino sulla panca. I miei occhi percorrono tutta la stanza, quasi a controllare che tutto sia al suo posto, che nulla sia cambiato. Prima arrivavo in casa e uscivo subito, come se il tempo per stare con gli amici non fosse mai troppo, ora sono più le volte che piombo a Vico quando non c'è quasi nessuno. E' in questp presente che mi godo davvero tutto ciò che di naturale, "banale" e vivo mi dà il paese.
Come in un percorso, con discese e salite, con rifiuti, eccessi e delusioni, sono cresciuta assaporando qusi ogni suo gusto, vibrando con lui e commuovendomi ad ogni alba e tramonto.
...Lascio il borsone in macchina, è una giornata stupenda, il sole si stà nascondendo tra i monti accentuando ancor di più il loro morbido profilo: resterei per sempre!
Quante volte ho desiderato un imprevisto, un guasto all' auto, una nevicata... qualcosa che mi trattenesse ancorsa qua.
Prolungo l'ennesimo "arrivederci" e mi dirigo verso Pacosta, incontro solo due gatti, miagolano, avranno fame ma preferisco pensare che mi stiano dicendo di tornare presto... un malinconico sorriso si stampa sul mio viso. Nel tratto rettilineo prima di arrivare a Pacosta, dove non ci sono case e solo il verde ti abbraccia, rivedo i sorrisi, le corse, le candele accese, agli abbracci, i pianti, gli spaventi... quante "fotografie" possiede nell'anima un essere umano?
Mi siedo sulla panchina di pietra, accendo una sigaretta, guardo verso la forestale e poi verso la salita che porta in cima al paese, un tiro, un altro, mi dico:" finito di fumare, vado!" Mi avvicino alla ringhiera e osservo con cura ogni cosa, fin giù, dove c'è chi riposa e ci osserva...
E' durata troppo poco questa sigaretta... Torno indietro, un ultimo saluto ai miei monti dalla piazza e accendo l'auto.
Ciao Vico! Torno da te al più presto.

Ringrazio nuovamente Lorenza per questo scritto. Il fatto che mi è stato consegnato in copia cartacea e manoscritto mi ha reso doppiamente felice. Con Lorenza, almeno quindici anni fa, mi intrattenevo con una fitta corrispondenza. Che bello era il  trovare la sua lettera nella cassetta della posta... in questi giorni ho riassaporato qualcosa di antico, qualcosa che mi ha fatto sorridere e riflettere sui ritmi frenetici ai quali siamo abituati che spesso rendono sterili i sentimenti che comunque proviamo.
Lele

martedì 11 settembre 2012

Anche questa volta
Anche questa volta è finita.
E' finita all'improvviso frangendosi nei saluti e nelle strette di mano fugaci, nei sorrisi malinconici, nell'ultimo sguardo ai monti immobili battuti dal vento d'autunno e dal triste sole del pomeriggio.
 E' finita, e resta il ricordo dei visi incontrati, delle battute, delle serate, delle nuvole e dell'ultimo bicchiere vuotato...
E' finita e mi sovviene quell'Uomo sorridente che si avvicina porgendomi la mano, Silvano, incontrato dopo anni e ritrovato amico e riferimento per qualche piccolo sfogo o qualche parola...
E' finita, me ne accorgo ed Elisabetta mi carezza la mano che stringe il volante nervosa,  la strada di casa si accorcia, e là sopra il mio Vico ormai spoglio  ci guarda e si nasconde per sempre dietro la Luga...
L'asfalto ormai corre e poi gallerie e discesa e l'Aveto, poi Trebbia, e l'Eridano, il caldo e Pianura e poi casa. Finita.
Lele
( 9 settembre 2012)

lunedì 25 giugno 2012

I Sardi, che gente!
Torre d'Arese, sabato pomeriggio. Silenzio rotto dal fruscìo del climatizzatore e dal russare di Viola. Riccardo dorme accanto a me, mi tiene un dito e respira fra le pieghe delle lenzuola... Rai Movie. Un Western mai visto di due strani tizi che intraprendono un viaggio impossibile... trovo analogie con un episodio di Tex letto qualche ora prima... E' ora. Elisabetta  ci sprona. Dai, dai! Simo e Sabry ci aspettano! Dai! Ci svegliamo del tutto, qualche protesta di Riccardo che inguaribile pigrone avrebbe continuato la siesta...  poi via, verso Pavia.
Università di Pavia, Museo della Storia dell'Università. Scorriamo le teche fra peni imbalsamati, uteri cancerosi, feti abnormi, scheletri, teschi, macchinari  e strumenti chirurgici da far accapponare la pelle... ovunque odore di formalina e alcool, la testa di Antonio Scarpa  ci guardia sorniona sotto liquido in un vaso sopra  un' architrave... Bella visita, ne usciamo arricchiti.  Piazza Grande, Viola sorride al mondo, Riccardo, acuto osservatore, fa notare un lampione a cui manca una lampadina, Sabrina e Simone, cugini di Elisabetta ( e gelosamente dico anche miei!) seguono... visita ad una non meglio definita mostra di arte contemporanea, aperitivo al "Loft" e poi via, in preparazione alla serata al circolo "Logudoro".
Sera, caldo afoso, odore di gomme calde, di scappamento e asfalto rovente... i bimbi dai nonni, una piccola fetta di libertà...Elisabetta mi "da la mano", ci avviamo verso il Circolo. "Stasera pasta alle sarde e purceddu"... Poca gente, è presto. Per rompere il ghiaccio ordino all'istante una bottiglia di birra Ichnusa ghiacciata.. due bicchieri e una panchina un po' appartata... Un eclettico cantante si esibisce al karaoke, un brano di Elvis, con grande successo fra le oramai sessantenni ragazze presenti. Birra. Ne ho già ordinata un'altra, fresca, quello che ci vuole. Siamo un po' al centro dell' attenzione... Chi sono questi due? Qualche sorriso. Gianni, (credo sia un po' il factotum del circolo) timidamente si avvicina... "Buona la birra?".. "oh si! grazie" abbozzo io sorridendo e... "dove hai il bicchiere?" me lo porge e glielo riempio... penso sia stata la chiave giusta per aprire la porta. Da lì a poco (avendoci raggiunti anche Sabrina, Simone e altre persone che non conosco ma che nell'immediato diventano "di famiglia") il tavolo si riempie di bottiglie, piatti e bicchieri e musica nell'aria... Pierangelo Bertoli   la fa da padrone...  ma anche Celentano e Mina non scherzano...mi getto io stesso in un "Azzurro" fra battimani e un tifo quasi da stadio.  "Tutto bene?" serve qualcosa?, Birra?  è il ritornello del "Gianni" di turno e giù un'altra bottiglia! Mi sembra di essere a casa.
Pasta, bistecche di maiale, salamelle, birra, vino, caffè, grappino, compagnia, canzoni, strette di mano, sorrisi... bella compagnia.
La serata è giunta al termine, è tardi e  i bimbi ancora da "ritirare" dai nonni. Siamo stanchi e il caldo non accenna a lasciare spazio al fresco della sera...Gianni quasi commosso  ci accompagna al cancello fra i "ci vediamo presto" e i "tornate mi raccomando"... Che serata! "Che serata!" ci ripetiamo Elisabetta ed io  mentre l'auto ci riporta a Torre d'Arese... "Che accoglienza!" mi dico contento...  Qualche lucciola fende il nero dei campi, un quarto di Luna si fa spazio fra una nube solitaria, ripenso a Gianni, alla serata..."I Sardi, che gente!"e sorrido.

Lele

sabato 9 giugno 2012

Spinòn
Tutto è successo una trentina d'anni fa, una rovente giornata d'estate.
Sole, caldo, silenzio. Solo due rondini in volo radente hanno rotto l'immobilità della Piazza dando vita ad un quadro astratto e tremolante. Caldo e noia. Stavamo sui gradini della Chiesa, sul fresco granito dei gradini che portano al Sagrato, fermi. Ozio e mosche, poca voglia di fare, troppo caldo, troppo veramente. Voci di uomini, si sente cantare, una canzone  appunto un po' sporca:  La mamma di Rosina era gelosa bim bum bam!... e risate e rumore di bicchieri dall'osteria della via Magherno, "qualcuno vivo c'è allora", ci alziamo a dare un'occhiata. una Fiat 124 verdina, due motorini, una bicicletta proprio davanti e ancora rumore di bicchieri e risate...
La noia, quale cattiva consigliera... Perchè non nascondiamo il motorino a Spinòn? Qualcuno aveva parlato, gli occhi di tutti si sono illuminati. In brevissimo: uno dentro a comprare un ghiacciolo con la colletta per inquadrare la situazione, uno sulla porta, e due (uno in sella ed uno a spingere) incaricati di far "sparire" il ciclomotore... Tutto architettato e messo in opera, in qualche secondo.
Chi è Spinòn? O meglio, chi era? Già, sarà morto anche lui, povero Spinòn...
In ogni villaggio che si rispetti, esiste sempre un 'osteria, una mescita vino o qualcosa del genere. A Torre d'Arese, all' epoca dei fatti raccontati c'era il Bar Mimmo (nel quale non potevamo mettere piede eccezion fatta per il rapido acquisto di un gelato o una bibita) e l'Osteria Massagalli, ove Maria, instancabile ostessa, per una vita, ha accontentato le alcooliche brame di generazioni e dove noi bambini/ragazzi potevamo acquistare con calma un gelato e bere una "spuma" in bicchiere stando seduti.
L'Osteria di Maria è stata il "covo" dei più famosi bevitori dei dintorni fra questi "Amleto" (si chiamava davvero così) sempre impeccabile con una lucida 124 verdina, "Bartali" con una scoppiettante motocicletta da 75 di cilindata, NonnoCiò (storpiatura di "non lo so"), burbero ma con un grande cuore, Pasqualino, un sardo, grande muratore, sempre allegro e appunto Spinòn. Non so come si chiamasse davvero, lo chiamavano tutti così. Una specie di "Graziella" a motore con il parabrezza, chiazzato di vino a fine giornata, sempre rosso come la brace. Mi faceva paura ma non avrebbe fatto male ad una mosca; lo evitavo. Ogni volta che entravo in osteria per un ghiacciolo o per l'acquisto delle sigarette per mio padre, e lo inquadravo, tenevo lo sguardo al pavimento e, una volta sulla porta per uscire, via!
Quel giorno Spinòn si sarebbe arrabbiato e noi avremmo avuto modo di goderci la scena e di ridere come dei matti alle sue spalle...
Il tardo pomeriggio, movimento davanti all' Osteria... "Escono escono!" la nostra "vedetta" diede l'allarme, ci appostammo...
Erano ciucchi e uno di loro stava ancora canticchiando... Amleto sempre impeccabile, aveva un ghigno a mezza bocca, come una specie di paralisi, NonnoCiò dormiva sulle sedie appena fuori dal locale, Bartali, uscendo, bestemmiò e sputò in mezzo alla strada, accese la fumosa motoretta e partì gambe in spalla... Spinòn, uscì e si mise ad orinare contro il muro di fronte, noncurante di una donna che a qualche metro stava stendendo i panni... si voltò e "indè cl'è al me muturin? (dov'è il mio motorino?)
 Iniziammo a darci gomitate e fuggimmo dietro ad un angolo per poter ridere in santa pace...
Lo scherzo era finito, che ridere! Adesso Spinòn va casa a piedi!! Ciucco com'è!! Ha ha ha!. continuavamo a raccontarci storie su di lui, inventando possibili varianti sulla conclusione della vicenda.. sempre ridendo.
Il pomeriggio volgeva al termine, rimaneva un ora e mezza circa prima della cena e, dato che il caldo aveva dato un po' tregua decidemmo di andare a pescare, noncuranti dello Spinòn.
Pesca proficua, un centinaio di alborelle, ottime da friggere, ottime da mettere in carpione "ma si, le diamo a Carla e Mina, loro ci danno sempre la mancia..." e così fu. Ci congedammo, era ora di cena , era già passato il pullman "SILA" delle sette meno dieci da Milano... transitavo ora davanti all'Osteria e lì davanti, seduto sul marciapiede Spinòn. Piangeva. Piangeva in silenzio e le lacrime rigavano le gote rosse e rendevano nebbia gli occhi azzurri... Piangeva e scoteva il capo. Pedalavo e non riuscivo a staccare gli occhi da lui. Mi fermai , sbigottito, colpevole, pentito che a momenti scoppiavo a piangere che già singhiozzavo. Povero Spinòn. Provai una pena indescrivibile, per lui e per me. Ero pentito e quanto mai amareggiato "e ridevamo come degli stupidi" continuavo a dirmi...
Poggiai la mia fiammante "Bonfanti" da "sport" al muro, mi avvicinai.  Spinòn non mi faceva più paura, avrei voluto abbracciarlo... mi avvicinai ancora e con un filo di voce dissi: "Signore, il tuo motorino è dietro la Chiesa, vicino alla pompa dell' acqua del Filippo..." Mi guardò, quasi mi sorrise, benchè con i postumi di una colossale sbronza (era così quotidianamente), si alzò. Lo accompagnai verso via Chiesa, pari a lui, e una volta lì indicai il motorino, rovente al sole della corte... Silenzio. Voltai le spalle e me ne andai, ancora scosso. Sentii il motorino accendersi e qualche buona sgasata "di collaudo", ero davanti alla Chiesa, per raggiungere la mia bici... Spinòn mi stava sorpassando ma rallentava, rallentava e mi fu  a pari, frugava in tasca... Istintivamente mi allontanai di un passo... "toh, bravo bambino"disse , mi stava porgendo qualcosa chiuso nel pugno... allungai la mano e sentii la sua manona ruvida che lasciava cadere qualcosa nella mia aperta, carta o qualcosa del genere... Riprese ad accelerare, il fumo bluastro dello scappamento mi fece bruciare gli occhi... aprii la mano... erano diecimila lire, unte e bisunte, tutte piegate ma diecimila lire. Ehi! No! Torni qui! urlai al vento e di corsa inforcai la bicicletta...
Pedalavo come un matto, dovevo raggiungere Spinòn per restituire la banconota...  ce l'avrei fatta se solo avessi avuto tempo (ero velocissimo e molto resistente in "volata")...Lo vidi oramai lontano, là, nel blù del fumo del motorino, irraggiungibile. Mollai i pedali, avevo il fiatone e dovevo correre a casa a cenare... Il sole oramai scendeva, la vita era tornata in paese, due cani si contendevano un osso di fianco al Monumento ai Caduti... 
La mamma di Rosina era gelosa bim bum bam!...
Lele

sabato 26 maggio 2012

Una sera di fine Luglio

Caldo. Un caldo opprimente e umido. Sono ubriaco, fradicio.
Sono uscito solo a prendere le sigarette, poi un caffè, l'incontro con l'Ale e con Andrea,  un cicchetto, due, una birretta e poi fra una chiacchiera e l'altra abbiamo deciso di andare al paese vicino, alla festa... E lì birra, fiumi e un giro di vino e poi un panino con la porchetta e ancora vino e birra e musica, rumore, odore di patatine fritte e carne alla griglia, odore di Autan e sudore...Mi ricordo di aver anche ballato un valzer, mi sembra con la Rosanna ma boh...
Sono ubriaco, ne sono consapevole e non voglio fare cazzate... ma Dio, Dio se gira questa stanza... e caldo. Mi arrivano lampi di caldo alla testa, sono sudato e tutto gira... Da fuori solo i grilli e qualche sparuto rapace e tic, tic, tic... si è messo a piovere... L'è tùta caldana, dicono qui quando dopo il caldo l'umidità condensa e sembra pioggia... non riesco a stare a letto, non in questo stato. Mi infilo dei pantaloni corti e una maglietta, barcollo giù dalle scale ed esco... fresco. Dall'asfalto caldo sbuffi di vapore, leggera foschia nell'aria...
Piove, è acqua tiepida ma tutto sommato piacevole, respiro...
Via Magherno n°8, abito qui. "Perchè a Torre d'Arese c'è Via Magherno e a Magherno non c'è Via Torre d'Arese? Mah!" Strada deserta, silenzio, niente grilli, solo pioggia leggera, sono bagnato e ahh! Ora va meglio!... avevo le ciabatte destra e sinistra invertite... Cammino in mezzo alla strada cercando le pozzanghere... fresco.
Ma che pirla! pirla, pirla, pirla... Pirla! perchè ho bevuto così tanto? Perchè sono uscito? Perchè ho dato retta all'Alessandro? Pirla. Mi viene da vomitare. Dovrei magari vomitare per stare meglio...
Arriva una macchina, vado sul marciapiede e finisco contro una rete metallica e sento uno sfasciume di rami  e foglie... mi aggrappo a qualcosa per non cadere ma  che male diobono! Sono i Carabinieri, mi passano a mezzo metro con giù il finestrino e mi guardano, mi riconoscono, conoscono tutti nei paesi..."Tutto bene?"... "Si tutto bene, vado a pescare"...si allontanano senza alzare il finestrino, piove... sono  Carabinieri... Il braccio mi duole, tocco e sento caldo... cazzo!... Lo spina-christi del Pietro!  "Mi sono graffiato tutto, cazzo, sanguino...", piove.
Piazza Roma...  "a Roma non c'è Piazza Torre d'Arese questo è sicuro... ma  ci sono dei ciucchi come me in giro, anche questo è sicuro...".  Deserto, nessuna macchina parcheggiata, un gatto grigio mi attraversa davanti e si ferma a guardarmi. "Cazzo fai in giro, pirla" sembra dirmi socchiudendo gli occhi... Cammino zigzagando... e dove cazzo vado? Mi sto riprendendo però... e sete. La fontanella è lì, che gocciola... ahh, fresca, quasi buona... bevo fino al fastidio... Riprendo la passeggiata, suonano le quattro e mezza. Il camion del latte, un OM fumoso e ferragliante, esce dal vicolo laterale della Chiesa. Verso Villanterio un chiarore lontanissimo e rossastro preannuncia un'alba bagnata... cammino, piove. Sono sulla via per il Cimitero, alle "case nuove"... silenzio. Una luce accesa, una finestra aperta, una ragazza in intimo e noncurante sta preparando una valigia... però!  Proseguo, là lontano il Cimitero, tremolante di mille lucine... inizia a schiarire e non piove più... Sto meglio ma sono spossato, barcollo ma più per abitudine oramai... Probabilmente posso andare a sdraiarmi... ritorno... cammino in silenzio. La luce dalla ragazza è spenta e sento accendersi un motore di utilitaria... "Mi sa che la tipa parte per le ferie... chissà dove va". La Piazza... è appena passata la Corriera "Migliavacca" delle cinque e venticinque, sento l'odore dello scappamento e in sottofondo il suono cupo dell'otto cilindri Iveco... Lascio la Piazza ed imbocco via Magherno, in fondo tremolano luci di Appennino, posso distinguere i barlumi dei tralicci sulla vetta del Monte Penice, davvero lontani. Cammino sul marciapiede, guardingo verso l'immobile spina-christi, mi guardo il braccio ferito e sorrido... Eccomi a casa... entro in giardino cauto... sono a casa solo... i miei genitori e Gigi sono a Vicosoprano, sono padrone del mondo... Non trovo la chiave e sono troppo stanco. Sete. Il rubinetto è lontano anni luce ora che sono sdraiato sulla panca sotto al porticato... La vista, anche ad occhi chiusi, si fa torbida, i rumori si mischiano... la mia gatta Musci  si è sdaiata sui miei piedi e la sensazione è per nulla spiacevole... mi "tiro su" un telo mare abbandonato ieri lì per terra...  Il sole stà per sorgere, una leggera brezza mi solletica, un cane lontano saluta il giorno. Buonanotte, Pirla.

 Lele

Era la fine del mese di Luglio dell'anno 1997.