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giovedì 4 ottobre 2012

Autunno

Anche se inizieranno a cadere le foglie, 
il cielo a tingersi di azzurro e poi di nuvole,
anche se il vento passerà sempre più freddo fra i rami nudi 
e la brina renderà cristallo l'ombra dei vicoli... 
Il mio pensiero sarà sempre fra queste pietre, 
nel silenzio di un giorno qualsiasi...
Lele 
(scritta nel settembre 2012)



lunedì 21 maggio 2012

  Fabrizio

... tutte le volte che guardo un tramonto mi girano i coglioni... Sergente Nicola Lo Russo (Diego Abatantuono) nel film Mediterraneo.

E' Domenica, mattina molto presto, saranno quasi le sei, non so. Guido ormai da decine di chilometri, la radio è spenta, nessuno in giro, albeggia.
Penso e canticchio qualcosa immedesimandomi nella canzone, ovviamente mi passano anche i Coldplay, De Andrè e qualche canzone della Montagna o Popolare... Curve, guard-rail, alberi, attenzione frana, altri segnali con improbabili limiti di velocità, Campolungo , Salone ed ecco... Vicosoprano.
Nessuno per la strada, guardo l'orologio, le sette appena passate. Pace, qualche camino fuma, qualcuno c'è, Qualche macchina ai bordi della strada.  
Pacosta è un delirio di aghi di pino, di pigne e di erba alta...sulla panchina restano sbiadite frasi d'amore e cuori trafitti, qualcosa anche di mio. Vento, dal mare, tiepido e "saporito", resta a resistere un po' di neve nei canaloni del Penna e del Maggiorasca, resterà ancora per qualche giorno per poi soccombere alla prima pioggia e con lei spariranno le ultime foglie secche e il verde sarà la dominante insieme all'azzurro del cielo e alle nuvole.
Solo. Giro per i vicoli, la canon 550 in spalla, la borsa a tracolla verso la casa di Fabrizio. Oh balengu! t'è ancu in lettu? lo apostrofo entrando nell'aia -Arrivo!- mi sorride in maglietta e occhiali da sole.
Ciao, ci facciamo un giro fino in zimma? Ok. E brandisce come un'arma letale la sua reflex scorrendo la rotellina e togliendo il tappo all' obiettivo.
Una camminata, su per il paese, per il fossato, S.Antonio, la fonte, il bivio Pescin-Bocca della Selva... Tagliamo giù per Pian Sejun fra i fiori di  un prato e il cielo mutevole, ora scuro ora di un bell'azzurro.
Pian Sejun, qualche foto allo Scarrubbio e al casone, una breve divagazione verso la Costa del Lago fra i zeggi oramai pieni di rovi, niente da fare non si avanza, torniamo sui nostri passi e guadagnamo la strada bianca carrabile.
Cremisella, si parla di donne, confidandoci un poco, soli nell'immenso vuoto della Valle dell'Aveto fuori stagione. Siamo ritornati in paese, una bella camminata di un paio d'ore, una bellissima chiacchierata con un grande amico.
Si avvicina il mezzodì, pensiamo di mangiare "in giro", a Cabanne. Sosta obbligatoria all'Americano, un gotto di bianco e uno sguardo al Secolo XIX e poi via, una colossale fiorentina al "Copa-Cabanne"  e chiacchiere, ricordi, battute e qualche parola di vecchie canzoni.
Ci congediamo dalla Piana e via per Priosa e poi La Scoglina e su per Barbagelata; una lapide ci avverte dell' ennesimo eccidio nazi-fascista e poi in picchiata verso la Valtrebbia. Montebruno, piove a secchiate e una capatina a Fontanigorda, dove beviamo una Birra Balladin, veramente ottima. Il Giro d'Italia alla tivù ci mette in mente Pantani e  l'impresa in una tappa con arrivo ad Oropa. Via, ripartiamo;  la scusa è tornare a Gressuan da Ottone, quello che realmente si vuole è chiacchierare, confidarsi ancora un poco ma il tramonto è li in agguato. Elio e le Storie Tese crepita alla radio con le canzoni degli anni '90, le canzoni di una volta, che ascoltavamo a casa mia al Carrugio della Belliccia negli agosti piovosi, ci ricordiamo pure di un viaggio in giornata a Ulm, in Germania, andati a vedere l'eclissi di Sole totale .
"Fabrizio!, andiamo fino a Capo Nord!" potremmo andare avanti a parlare ancora un po' almeno...
Una sosta a Ottone, un gotto digestivo e poi su, verso il Valico del Monte Veri e poi Orezzoli, Lenguie e poi Pa Tora. Una sosta a Pescin, mi passano per la mente immagini di una partita di calcio, rumori, il fischietto di Enrico l'Arbitro.
Siamo a Vicosoprano, è sera oramai, una capatina in Osteria, un saluto e il magone...
Apnea. Non devo piangere anche questa volta. Parto a spron battuto e solco la Valle dell'Aveto e poi la Valtrebbia ed infine, dopo un paio d'ore, freccia a destra per l'incorcio di Torre d'Arese. A casa c'è nessuno, il vento ha pulito l'orizzonte e tutto scintilla alla Luna...un ultimo sguardo verso l'Appennino, il sole scomparso dietro le Alpi arrossa ancora un poco il cielo.Penso alla giornata trascorsa, a Fabrizio, a quanto abbiamo parlato, a quanto sono stato bene. Adesso è finita... ciao.
Lele

è passato tempo, tutto è ancora nei pensieri, tutto magari un giorno ritornerà...

mercoledì 21 marzo 2012

21 Marzo

Così un giorno là mi troverete
là dove ha termine il bosco e inizia il prato
là fra le viole e il silenzio
sotto le ultime stelle di una chiara aurora.

Là sarò ad aspettarvi
là dove l'ultima neve di primavera brilla al sole
là fra i fili d'erba e il vento di Scirocco
lo sguardo fisso senza nulla vedere.

Là arriverete ansanti
là dove il falco grida la sua rabbia e non si stanca
là vicini al cielo e alle nuvole bianche
e poi fermarsi un poco a meditare.

Così mi troverete
e così insieme potremo riveder le Maggiorasche albe
e le sere d'Oramara con il fuoco in cielo
Così mi troverete e così ci riuniremo... un giorno... forse.
Lele

Scritta un equinozio di primavera di tanti anni fa...

martedì 13 marzo 2012


 L'ultima Sera

E' l'ultima sera. Mia madre ha cucinato il pollo in casseruola nel forno della stufa e quelle patate rotonde e piccole, sode come sassi e saporite da leccarsi i baffi. L'ultimo tramonto sta passando sui monti più alti illuminando le rocce e i boschi oramai familiari che mi hanno chiuso l'orizzonte per i giorni oramai passati. Una bottiglia di vino aperta, qualcuno ne berrà un bicchiere e basta, mio padre vicino alla stufa scruta di sottecchi il telegiornale e chiacchiera con mia madre. Mio fratello, sdraiato sul divano rilegge per l'ennesima volta un fumetto che avrà dieci anni.... Guardo tutto questo, mi stringe un po' il cuore. Mi fa un po' male andare via eppure... Si cena velocemente, parlando dei giorni trascorsi e del domani. Domani saranno finite le ferie dei miei genitori, domani saranno finite anche le mie, domani ritorneremo in pianura, domani saluterò Vico.
Mi sistemo come se nulla fosse, magari ho esagerato con il gel e il profumo, saluto velocemente i miei ed esco... nel carrugio sento oramai lontane le raccomandazioni non molto imperative di tornare presto... sono solo per il paese, tutti stanno ancora cenando. Salgo “Pu Regaggiu”, in cima al paese... il Cuniello, la stalla di Piero,ah, che profumo di latte e fieno!, la fontana di Mesugiorti, la salita... le fagiolane, le zucchine, i pali di legno dei recinti...sono in cima... il fossato quasi in secca, solo un rigagnolo dal tubo schiocca sui sassi del greto con ritmo triste ed uguale... scendo Pa Costa, e lo sguardo vola per i monti, per i boschi e con lo sguardo vola anche il pensiero e suoni e rumori mi prendono in uno stato di estasi... Cammino per i sentieri sui monti, ricordo il pianoro sommitale del Maggiorasca, vedo il Penna, l'Aiona, vedo Torrio e il Crociglia..., Ascona, già, chissà come sarà Ascona? Sembra un presepe con tutto il verde intorno e la capanna proprio nel mezzo... Un roveto di rose canine mi passa di fianco: sono Pa Costa.
Mi fermo davanti alla Madonnina “ANNO MARIANO 1955”. Mi siedo sul guard rail. Respiro il fresco e la quiete, il sole arrossa a occidente gli ultimi custi dell' Oramara, una leggera brezza mi solletica il viso... la stagione sfiorisce, i giorni si sono accorciati sensibilmente. Domani a quest'ora sarò a Torre d'Arese, andarsene è una pena, una pena infinita.
Qualcosa si muove in piazza, qualcuno scende dalla Chiesa e svolta verso il basso... è ora di muoversi.
Cammino verso il paese, facendo il meno rumore possibile, le case della Costa, la casa di Berto, la casa di Paolin. Agnese stà sparecchiando la tavola, sento rumore di piatti e bicchieri e poi i rintocchi delle otto. La piazza, il triangolo, le saracinesche del bar di Pietro... chiudo gli occhi e sento in bocca il sapore remoto della Coppa d'Oro Sammontana... Scendo verso il Salone, sono triste, è l'ultima sera, devo divertirmi, fino all'ultima goccia... il campo da bocce, qualche ciuffo d'erba ha già invaso il terreno di gioco, guardo in alto, le stelle mute ed immobili, l'Orsa Maggiore proprio sopra la strada per la Cappelletta... svolto per il Salone, le mani in tasca, c'è fresco. Qualcuno mi ha preceduto, il juke-box sta già sibilando con “Scozia”, due bambinetti si cimentano senza successo in una partita a ping-pong, qualcuno contro un pilastro della pergola guarda verso la Valle... stesso destino per tutti.
Non ho voglia di bere... Andiamo alla Cappelletta, la Luna non è ancora sorta... sembra di poter toccare le stelle “L'ho vista!” sento nella mente ricordandomi della notte di S.Lorenzo quando tutti sdraiati sul piazzale eravamo a caccia di stelle cadenti... non ce la faccio, mi ritiro un po' in disparte, vorrei piangere. Ah! I ricordi... anche se vicini son proprio pugnalate... Si chiacchiera, si fuma una sigaretta, due, mezzo pacchetto, qualche previdente ha messo mano al giubbotto e apre un pacchetto di patatine, qualcun' altro delle arachidi, una lattina di Fanta... si fa tardi. Dal Salone affievolite arrivano le voci di qualcuno che saluta “ci vediamo presto eh!”... Mi alzo, ci alziamo... verso il paese, verso il triangolo... ora fa davvero freddo e c'è un buio dannato, qualcuno ha “spento” il lampione, Paola (credo) mi da “braccetto”. “Bella estate”, “si”, “bellissima”, “alla Madonna venite su”, “si”, “certo”. Passano alcuni minuti fra parole di fretta, sorrisi malinconici, una sigaretta...
Io vado”, “anch'io”, “buona notte”, “buona”. Mi trascino solo fino a casa, ora è finita davvero. Mi ricordo,ero bambino di quando finivano le vacanze scolastiche ... avevamo il “libro delle vacanze”, uno in particolare aveva disegnato il mare con una barca a vela e il sole... anche su quella copertina le ferie stavano finendo, si intitolava “Orizzonte sereno” macchè sereno... dovevo fare ancora tutti i compiti... Sorrido all' idea ed apro la porta di casa. Il tavolo è ingombro di chiavi, occhiali, carte, non si deve dimenticare qualcosa... i miei familiari dormono già... silenzio e un barlume rosso di brace dalle feritoie della stufa... Mi sdraio sul divano e mi addormento...
E'mattina, domenica. Mia madre ha già preparato i bagagli, ieri ha comprato la focaccia e un po' di prosciutto in modo da non dover cucinare... aiuto mio padre a “portare giù” le cose non più necessarie, le valigie, la cassetta “dei ferri”, altre scatole delle quali ignoro il contenuto...
C'è il sole, è una splendida giornata di fine estate, qualche nuvola fa capolino dall'Alta Valle, qualche automobile è in transito sulla strada statale.
Le campane suonano è ora di andare a Messa... cammino con Gigi e ci sediamo “fuori”, di fianco alla Chiesa e lì incontriamo Fabrizio, Igor, Matteo, Tony e altri... parlano a bassa voce... qualcuno si è acceso, non curante, una sigaretta
La celebrazione finisce, c'è tempo per un ultimo gotto all' Osteria, dalla Michina... Voglio andarmene, devo, non voglio salutare... è tutto veramente troppo...
Pranziamo, aiuto a chiudere la casa, una mosca continua a cozzare contro i vetri chiusi, la bottiglia di vino tappata alla meglio rimane a metà di fianco al frigorifero... mi viene in mente una poesia di Neruda e un nodo mi stringe...
Mio padre ci aspetta giù dallo “scalone”, un saluto veloce agli zii, ancora a pranzo, e poi giù... un timido colpo di clacson, come saluto alle pietre delle case, ai carrugi, alla Chiesa, a qualcuno ancora per strada, alla strada per la Cappe, al Salone... Vicomezzano, un cane macilento trotta a bordo strada, Alpepiana, Lagin, il Ponte sull' Aveto. Guardo su, vedo la Costa, le tre case della Costa, e poi tutti il Paese, con il campanile e il candore delle case nel sole del mezzogiorno appena passato... Chiudo gli occhi, rivedo la mia vita, rivedo Pescin, Pianseiun, Campori, Saruggia, rivedo i miei amici, rivedo la gente di Vicosoprano, rivedo le lapidi del Cimitero... Guardo ancora su, il paese sta scomparendo dietro il fianco del monte, qualche decina di metri, mi volto, guardo mio padre alla guida, gli occhiali da sole e la sigaretta, la Tipo scivola leggera per la Val d'Aveto, lontano da Vico, adesso realmente in maniera definitiva. Ciao...
Era la fine estate del millenovecentonovantotto, per mio padre l'ultima vacanza a Vico... quanto tempo è passato? Quante cose sono successe? Qualche anno fa ci ha lasciato anche Gigi, troppo presto...

Rileggo queste righe, ripenso a tante cose, rivedo la Tipo che arranca per la salita dopo la casa di Adreveno, passa il cartello di Vicosoprano, e mio padre che dice “eccoci arrivati!” e un sorriso sul suo viso e sul viso di mia madre e di noi due ragazzi...
Sono sposato, e ho due bellissimi bambini, Riccardo e Viola, auguro loro di vivere Vico come l'ho vissuto io, di vivere il presente con serenità e di serbare nel cuore le cose belle che difficilmente ritorneranno e che sono di aiuto nei momenti bui.
Lele

giovedì 23 febbraio 2012

L'Addio

Ed ecco, l'ora è giunta...
gli ultimi sguardi malinconi scorrono l'orizzonte, i luoghi ritornano alla memoria,i loro segreti di pietra che l'eternita' non potra' mai cancellare. Sogni  remoti, di tempi che non ci appartengono piu', ma cosi' vivi nel cuore.
Incombe la partenza e l'uomo debole soffre, piange dentro ed è un pianto che deve restare segreto.
 L'uomo è succube del mondo insensibile che gira sempre piu' velocemente verso l'infinito.
Addio serate in compagnia, addio stelle cadenti, addio...
Mi restera' di voi solo un ricordo che a sera si stringe in un nodo alla gola che toglie il respiro.
Addio amici, compagni inseparabili dell'avventura della vita...
Addio a chi ci ha lasciato presto, troppo presto e cosi' improvvisamente che non ce ne siamo ancora ben resi conto...
Addio Vico, culla della mia gioventu', riferimento per quelli che come me, al giorno d'oggi,un cuore ancora ce l'hanno.
Ritornero'...
e la vita avra' di nuovo inizio.
Lele

Queste poche righe furono il mio saluto ad un'amica un giorno di tanti anni fa nel quale forzatamente e per lungo tempo dovetti lasciare Vicosoprano.  Quanti anni sono passati? Eppure ogni volta in cui devo partire, anche se non lo manifesto, soffro ed è una pena infinita.



martedì 21 febbraio 2012

 Piccola avventura a Vicosoprano

Non sono mai stato un “dormiglione”. Durante il periodo di scuola o dell' attività lavorativa, anche nei giorni festivi ho preferito non restare in ozio a letto oltre un certo orario , figuriamoci durante il periodo di vacanza a Vicosoprano. Ho sempre odiato “perdere tempo” quando fuori il mondo mi stava aspettando con tutte le meraviglie da scoprire con tutte le persone da incontrare e gli amici...
Durante i soggiorni in Val d'Aveto dopo una veloce “riassettata” alla persona ed una altrettanto frugale prima colazione ho cercato, con risultati apprezzabili, di vivere quanto più intensamente tutti i momenti e tutti i particolari che la vita mi ha offerto... Cose semplici, di nessun valore reale... la forma di una nuvola, il profilo dei monti che conosco talmente bene da poterlo disegnare in ogni momento senza alcuna difficoltà, il verde di Pianseiun o di Campori screziato del giallo dei fiori, una passeggiata per la “strada delle vacche” fino in Pescin o alla Bocca della Selva nel cielo azzurro di un mattino di Luglio con i grilli e le cicale assordanti già dal primo sole e un filo di fieno fra i denti... nessun valore monetizzabile ma che ricordi! che vita ho vissuto!
Non è concepibile il voler rimuovere tutto questo, ben incastonato nella mia mente. Tutto ciò è un tesoro di inestimabile valore che mi provoca una nostalgia feroce e pungente... Riguardo alle volte vecchie fotografie e mi rivedo sdraiato in un prato con gli amici che ridono e la mente senza preoccupazioni di sorta... Ad oggi non ho più quella serenità ma il vissuto mi aiuta ad andare avanti e a convincermi che (raccontando tutto questo un giorno ai miei figli, ed augurando loro di poterlo vivere), non ho vissuto invano.
E così, per raccontare un episodio che ad oggi mi fa sorridere ecco cosa ho combinato una mattina nella quale ho voluto “andare oltre” per scoprire una parte di mondo a me sconosciuta.
Era il mese di agosto dei primi anni novanta, l' estate in pianura rovente e implacabile convinse i miei genitori a farmi passare un po' di tempo in compagnia di mio fratello a Vicosoprano.
La vacanza correva via liscia con tutti suoi fatti e i suoi avvenimenti e proprio in quel giorno, era stata rispolverata la festa al Monte Dego, ribattezzata “u dì di Nonni”, durante il quale fu organizzato un servizio trasporto e una grande festa alla Chiesetta dell' omonimo Monte, appunto per gli anziani del paese che mai e mai più avrebbero avuto occasione di recarvisi.
Bisogna sapere che la festa al Dego ha sempre avuto un grande importanza per i paesi dell' Aveto e della Trebbia e con il fatto che il cambio generazionale l'aveva messa un po' “giù di moda” è stata colta l'occasione per un grande ritorno. Gran parte degli abitanti, come ai tempi d'oro, si stavano organizzando per recarvisi, molti passeggiando a gruppi, altri con i più disparati mezzi.
Decisi, dopo aver controllato accuratamente lo zaino che avrei raggiunto la vetta a piedi; volevo godermi la passeggiata in solitudine, godermi “l'assordante silenzio” della natura, scattare foto e rimirare l'ambiente che mi circondava e del quale facevo parte.
Là avrei trovato sicuramente qualche amico, qualche conoscente con cui dividere la giornata, ascoltando la celebrazione religiosa, immancabile in qualsiasi manifestazione, chiacchierando e ascoltando gli improvvisati “gruppetti canori” mai assenti durante scampagnate o feste in genere.
Partii. Il sole mattutino, complice l' aria rarefatta si faceva sentire tuttavia un leggera brezza fresca mi accarezzava evitando la sudorazione e limitando l' insorgere della sete, una sensazione di benessere mi percorreva, ero felice e l'idea del “bello” che stavo vivendo mi inebriava.
Avevo intrapreso la strada per Pian Seiun, sterrata. I cespugli a bordo carreggiata resi bianchi dalla polvere sollevata dai mezzi in transito e le rocce affioranti dell' altopiano arso dal sole, davano all' insieme un aspetto alquanto strano, quasi lunare.
Camminai per un ora che si avvicinava oramai il mezzogiorno dato l' orario e trovandomi al cospetto di una fonte, decisi di fermarmi per il pranzo. Mi rinfrescai, gettandomi acqua sul capo e tenendo immerse le mani nella vasca quindi mi sedetti all' ombra, scartai i panini, mangiai con calma e diedi fondo alla borraccia. L' acqua gelida, a contatto con le labbra mi provocò un brivido... strano, pensai, con un sole così... Tergiversai qualche istante, guardandomi intorno, al fresco di un faggio ed ebbi modo di verificare che nei momenti piacevoli o di riposo il tempo si mette a correre a dismisura non lasciando scampo ad azioni non svolte e costringendoci a lasciare in sospeso quello che si sta facendo per continuare ciò che si aveva in progetto.
Si, questa sosta inutilmente prolungata e la partenza mattutina, troppo posticipata, avevano stravolto tutti i piani della giorno, non era conveniente proseguire verso il Dego; sarei arrivato che tutto sarebbe volto da lì a poco al termine... va da sé che non potevo tornare indietro, con un tempo così bello e la libertà delle ferie estive sarebbe stato un peccato ritornare in paese e perdere un intero pomeriggio oziando.
Avvistai un sentiero che saliva verso un piccolo valico che mi avrebbe portato in breve tempo ad un posto a me conosciuto, Pescin, e raccogliendo le mie cose, lo intrapresi.
Camminai per una ventina di minuti, del sentiero rimaneva solo la traccia sulla carta topografica e qualche impronta lasciata chissà quando sul fango oramai indurito da persone e animali che tempo indietro mi avevano preceduto. Ero circondato dalla cerchia di vette familiari, sicuro di quello che stavo facendo ed ebbro di aria pura profumata di ginepro quando, all' orizzonte, spuntò da dietro ad un sorbo selvatico, la cima di una montagna, ultima propaggine della Provincia di Pavia in cui abitualmente risiedo. Brandita in fretta la fida Kodak Retina, come se il soggetto della fotografia potesse scappare, notai che le condizioni di luce e la visibilità non erano ottimali per uno scatto perfetto e cercai, abbandonando lo zainetto e lasciandolo sul sentiero come punto di orientamento, una radura che mi ricordavo presente su una particolareggiata carta geografica militare.
Ero distante cinque minuti di cammino da dove avevo abbandonato il sentiero, tornai quindi sui miei passi immediatamente dopo qualche fotografia... avvistai subito lo zaino che faceva bella mostra su un ramo ma non trovai più il sentiero. Oh bella, impossibile! mi ripetevo incredulo sorridendo.
Risalii quindi da dove avevo valicato per ritrovare le mie orme nell'erba e più mi allontanavo, più la strada si inaspriva e, arrivato nei pressi di un roveto impenetrabile, feci “dietro front”, scrollando le spalle.
"Se scendo per di qui prima o poi devo incrociare la strada provinciale per Orezzoli " pensai e fu l' ultima cosa sensata che passò per la mia mente da quel momento.
Erano oramai le quindici e le cicale non facevano nulla per rendere meno drammatico quell' afoso pomeriggio estivo, mi stordivano con quel loro stridio acuto ed il sole, implacabile ogni poco mi colpiva con i suoi raggi roventi.
Iniziai a scendere nel bosco cercando una via non troppo ripida, di tanto in tanto mi imbattevo in greti di piccoli ruscelli che la siccità aveva trasformato in zone leggermente più verdi nel sottobosco, gli scarponi iniziavano a pesare e il sudore scendeva copioso giù per il collo, inumidendo la maglietta e rendendomi preda di ogni sorta di insetto.
Il bosco finì e mi ritrovai in un ampio pianoro nel mezzo del quale, un reticolato e un albero solitario facevano bella mostra della loro vetustà e della loro tormentata vita. Rimasi sorpreso, ho sempre ignorato la presenza di qualche opera umana su questo fianco della montagna eppure, tutto era materialmente lì, davanti a me.
Mi avvicinai all' albero, un focolare improvvisato fra le pietre, toccai la cenere , era ancora tiepida; qualcuno aveva bivaccato da poco. "Non sono solo su questo pianeta" sentenziai scherzando a voce alta sentendomi osservato. Mi voltai, era solo il vento che spazzava la radura ed ogni poco giocava fra il reticolato creando strani suoni.
Tolsi lo zainetto, mi sedetti su un tronco a terra e accesi una sigaretta in attesa di riprendere il cammino. Finito che ebbi di fumare invece, mi accoccolai al sole, sull' erba fresca e con il vento che ogni poco mi solleticava il viso, mi addormentai.
Trascorse più di un’ora. Questa sosta fu l' ennesimo errore. Non avrei dovuto fermarmi, ma riprendere il cammino subito.
Il vento si era rinforzato e da Ovest nubi minacciose iniziavano a salire e ad occupare gran parte dell' orizzonte, mi svegliai di soprassalto e quasi in preda ad un angoscia tangibile, raccolte le mie cose, intrapresi immediatamente il cammino.
Continuavo a scendere e la mente materializzava una cosa piuttosto scura che volevo scacciare "no, non ti sei perso sul monte" mi dicevo mentre il sole seguitava a scendere "fra un po' sarà dietro la dorsale e nel bosco ci sarà buio", "passerai la notte qui", "gli spiriti dei morti della montagna verranno da te". Questi erano i miei pensieri e allungavo il passo voltandomi ogni poco per controllare di avere le spalle al sicuro.
Mi rivedo oggi con lo sguardo fisso verso il bosco e non posso fare altro che sorridere anche se quanto passato come molti dei ricordi che ogni tanto affiorano, mi riportano a momenti anche se drammatici, molto più sereni che non gli attuali.
Continuavo a camminare, quasi correvo quando mi si parò davanti una pineta, un brivido mi colse all' improvviso. Non so se è capitato a qualcuno di guardare attraverso i tronchi di una pineta standone ai margini. Dapprima, abbagliati ancora dalla luce esterna si vede tutto fosco, poi addentrandovisi, essendo la flora del sottobosco praticamente inesistente si può notare tutto quello che accade all' interno a perdita d' occhio, se poi si è un po' suggestionabili, si vede anche quello che non accade ma che si crede stia accadendo. Mi figuravo di avvertire un barlume lontano e di scorgere da lì a poco un cerchio di streghe in danza intorno al fuoco o qualche folletto del bosco apparire e scomparire dietro ad un fusto.
Non ero tranquillo e controllavo oramai con il cuore in gola la quantità di minuti di luce che sarebbero rimasti prima che il sole scomparisse dietro il monte. Il vento giocava fra le cime degli alberi, sibilando ed ogni raffica che ricevevo sul viso era motivo per accelerare l' andatura e controllare quello che stava accadendo intorno a me.
Toccavo ogni tronco a cui passavo vicino e cercavo di fare più rumore possibile con il bastone e con un motivetto che poco prima avevo iniziato a canticchiare. Finalmente un chiarore diffuso mi avvertì che la pineta stava per terminare e quando ne uscii , mi sentii più pulito e mi volsi indietro... vidi i tronchi neri dei pini, un fremito mi spronò a proseguire.
Il sole, come una candela che finisce la cera si spense dietro ad un gruppo di ginepri sulla vetta di un colle pelato battuto dal vento. L' atmosfera era da fine di un film western dove l' eroe di turno ritorna a casa, accolto amorevolmente dalla famiglia... qui era tutta un' altra cosa in realtà, non esistevano indiani e sparatorie ed avevo poco più di quindici anni, non conoscevo  il luogo dove mi trovassie soprattutto calava l' oscurità.
Sopraggiunse il tramonto e forzatamente dovetti attraversare un bosco di faggi. Il buio nel bosco è una cosa solida, come un telo di stoffa nera che si deve attraversare per forza, tronca il respiro, ti tocca ovunque e lo senti addosso come i vestiti bagnati, i sensi si acutizzano, la vista si affina, l' udito pure, si vedono e si sentono cose a volte non reali, astratte, la paura si fa avanti, si impadronisce del corpo ed è difficile non cadere nella disperazione più completa.
La situazione era precipitata a mio sfavore, oramai vagavo a caso nel bosco e fra intricati cespugli, continuavo comunque verso il fondo valle. La sera era avanzata e ogni minimo rumore di qualche innocuo animaletto selvatico mi faceva trasalire e mi costringeva a mettere la mano sul manico del coltello nel fodero legato alla cintura. Se pensavo al mio comportamento, ai miei sensi ed al mio stato ed ero consapevole di tutto ciò, voleva dire che ragionavo ancora e, pensando bene a tutto, non mi diedi per vinto anche se oramai mi ero proprio perso e non avevo alcuna idea. Vedevo le vette dei monti, vette conosciute ma mi era impossibile orientarmi nella boscaglia.
La disperazione aveva la meglio su tutti i miei sforzi, su tutti i miei ragionamenti... decisi di fermarmi a pensare. Mi sedetti su un sasso ricoperto di muschio con la testa fra le mani.
"La bussola, la bussola" continuavo a ripetermi e frugai nervosamente nello zaino alla sua ricerca, "se solamente l' avessi utilizzata qualche ora fa" piagnucolai sconsolato... indicava il Nord esattamente un quarto di giro ove pensavo fosse... ma a me il Nord non interessava, dovevo scendere, sempre, fino ad incrociare la strada provinciale.
Passarono venti minuti, pensavo di continuo ad una via di fuga da quella situazione e mi immaginavo di essere in compagnia di amici, in un luogo sicuro, al sole, di ridere insieme a loro: questi minuti mi sembrarono una eternità.
Guardai malinconico un cespuglio di rose selvatiche davanti a me, il tramonto oramai passato arrossava ancora leggermente le vette dei monti più alti, vedevo di sfuggita il Maggiorasca e pensai a come sarebbe stato bello essere là sopra, sul pulito, senza il bosco così incombente e con questo buio senza stelle praticamente impenetrabile... Pensai ai miei familiari a casa, in pianura alle prese con il caldo e le zanzare ignari di tutto ciò …Affranto, alzando gli occhi al cielo sospirai...
Mi alzai per riprendere il cammino, prima o poi la strada l' avrei trovata, ma c' era troppo buio... raccolsi il bastone, assicurai il coltello stringendo la cintura quando una sagoma regolare fra gli alberi mi costrinse ad aguzzare la vista. Mi avvicinai quasi correndo... "VALICO DEL PESCINO km 3"... era un cartello stradale...
Scesi, ora correvo davvero, i rami dei custi mi graffiavano il viso e le mani ma non mi importava, continuavo a scendere, gettai il bastone che oramai mi impacciava e null' altro e finalmente, con un piccolo salto poggiai il piede sul nastro d' asfalto ancora caldo del pomeriggio e mi si riempirono gli occhi di lacrime.
Ero commosso, avevo ritrovato la strada per casa, non mi era mai capitata una cosa del genere. Iniziai a cantare, da solo a voce alta, felice; cos' erano i sei chilometri che mi mancavano? Ero certo che prima o poi sarei arrivato... Ad ogni automobile che sopraggiungeva, un salto nei cespugli a bordo strada mi permetteva di non essere visto... ero partito a piedi e dovevo tornare a piedi quasi fosse questa la punizione di tanta imprudenza per essere partito da solo e per aver abbandonato il sentiero in un luogo non conosciuto.
Arrivai in paese che la notte aveva avuto la meglio su tutto, nessuno mi cercava né mi aveva cercato e la cosa mi diede un senso di solitudine e di vuoto. Ero stato lontano dal paese dodici ore circa ma con tutto quello che mi era capitato mi sembrò una vita. Varcai la soglia di casa, ripensai alla pineta, ai tronchi neri degli alberi, al lamento della brezza fa i rami, rabbrividii e sbarrai subito la porta alle mie spalle..
Il vento aveva spazzato le nubi, le stelle stavano lassù, nel nero del cielo e ogni poco una civetta con il lugubre suo verso faceva notare la propria presenza.
Quanto sopra è un piccolo racconto di una delle mie infinite avventure a Vicosoprano, qualche piccola aggiunta non ha stravolto quanto accaduto, ne ha solo arricchito un poco la trama. Ricordo veramente bene molti  attimi di vita vissuta mentre invece, di altri, mi sono rimasti solo brevi flash e mi devo impegnare affinché il poco che ricordo non scompaia anch'esso...
Lele
 Vico, vado via

Vico, vado via.
E' finita...
è finita la mia vita qui con te,
con il fresco dei tuoi muri,
il blu del tuo bel cielo,
il profumo dei fienili
e l'acqua nel fossato giù a schioccare

Vico, vado via
e mi mancano le voci degli amici,
i sorrisi e gli sguardi fra di noi,
i giochi, gli scherzi e l'ozio
e una nuvola nel cielo a transitare

Vico, vado via
e non vedrò le vie silenti ed ombrose
e l'oro dei sentieri a solatìo
e un grillo e la cicala
che mi assordan nell'eterno camminare

Vico, vado via
e i prati che mi corron nella mente
una nube di giallo e di farfalle
ripenso a tutto questo
e là lontano amici ancor da salutare

Vico, vado via
eppur ti vedo ancor davanti a me
ma so che devo andare
e un nodo già mi stringe
e mi impedisce anche stavolta di parlare

Vico, vado via
guardo i monti
e il silenzio tutto intorno
solo il vento che rinforza
e la pioggia che sta quasi ad arrivare

Vico, son partito
ma per poco... la mia vita è lì con te...
un giorno o l'altro rivedrai
il sorriso sulle labbra
e un pensiero che stà fisso nella mente...
Ritornare.

Lele
Il mio Spirito

Il mio Spirito dimora fra queste faggete, in questi orizzonti infiniti, fra i pini e la foschia del mattino, in un raggio di luce lunare, fra le nevi di tarda Primavera e nel silenzio delle Vette immote al tepore del Sole...